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 Il canto sacro di tradizione orale nelle Quattro Province

Il canto sacro di tradizione orale del territorio delle Quattro Province non ha avuto ad oggi quell’attenzione corrispondente alla rilevanza del suo reale interesse etnomusicologico, quale si manifesta nelle pur residuali testimonianze raccolte nel corso di un anno di rilevazioni, come pure in quelle raccolte nei decenni scorsi e qui riproposte, accanto alle nuove rilevazioni, in un’ottica di comparazione tra tradizione vivente e documento storico.

Le cause che hanno determinato l’affievolirsi della pratica del canto liturgico di tradizione orale sono facilmente riconoscibili (quanto meno nella loro dimensione più immediata) nello spopolamento che ha interessato il territorio delle Quattro Province e nel conseguente diradarsi di occasioni di ritualità.
In quelle realtà comunitarie nelle quali il tessuto sociale ha conservato una certa consistenza, e quindi gli offici più importanti del ciclo liturgico sono stati mantenuti in vita, il canto sacro di tradizione orale ha dovuto però misurarsi – e quasi sempre uscendone perdente o gravemente condizionato – con i modelli proposti dal canto liturgico colto e successivamente dai nuovi repertori moderni affermatisi dopo il Concilio Vaticano Secondo. Si tratta di un momento, l’ultimo probabilmente che detenga un significato culturale rilevante, di quel fronteggiarsi, confliggente e al tempo stesso armonizzante, tra due diversi codici espressivi, quello della cultura contadina tradizionale e quello veicolato dal parroco impegnato a educare i suoi fedeli a forme di canto più conformi alla sua formazione colta.

Lo scambio, continuo e spesso inestricabile nei suoi complessi andirivieni, tra il registro alto del canto liturgico accademico e il sostrato tradizionale, ha determinato le modalità espressive del canto profano, ma ha anche improntato in maniera determinante il canto sacro che definiamo oggi di tradizione orale, non volendo certo, con questa espressione, affermare una totale autonomia di tale forma espressiva rispetto al canto egemonico ecclesiastico, ma il suo caratterizzarsi in forme locali, vernacolari, proprie della sensibilità e della vocalità della tradizione del mondo contadino e pastorale della montagna appenninica delle Quattro Province.

Questo processo è stato così determinante per l’oggetto della ricerca. Una volta chiariti i reali obiettivi, il contatto locale individuato coinvolgeva una serie di persone di età abbastanza varia (non necessariamente, come si potrebbe ritenere, tutti anziani), ma tra i quali non mancavano mai figure di riferimento di età avanzata, indicate come depositarie del modo di cantare di una volta, presenze dalla forte connotazione simbolica, investite di un carisma identitario che va evidentemente ben oltre la pura funzione di tramiti di un sapere e una prassi esecutiva antica (e diremmo quasi, percepita come originaria). Varie volte, l’occasione in cui si svolgeva la registrazione è stata preceduta da momenti di prova, organizzati spontaneamente dagli informatori dopo la sollecitazione del referente locale da noi individuato. Si procedeva quindi a ricreare una situazione di canto, per lo più nella chiesa parrocchiale quando non si potesse, per motivi organizzativi e di rarità delle occasioni rituali sopravvissute, registrare in un reale contesto liturgico. Le registrazioni dei canti sono state sempre accompagnate da interviste volte a delineare un contesto storico-etnografico, da una parte, e dall’altra a stimolare l’emergenza di brani liturgici non immediatamente dichiarati dagli informatori (per vari motivi, di rimozione o sottovalutazione del loro valore.)

Il territorio delle Quattro Province risulta da questo lavoro significativamente monitorato, anche se certo non esaustivamente e la scelta di una prospettiva allargata e complessiva ha consentito di mettere a fuoco diverse emergenze disseminate sull’intera area, aprendo così la strada a ricerche particolari di approfondimento di ogni singola realtà.